Arsenico: le bugie hanno le gambe corte

 

 

 

 

L’arsenico nell’acqua
di Andrea Palladino

Le bugie, come si dice, hanno le gambe corte. Per mesi le Regioni, il ministero della Salute e le Asl avevano rassicurato i cittadini di decine di comuni dove l’acqua arriva carica di arsenico. Ci sono i piani di rientro, ci sono le deroghe con parametri che garantiscono l’assenza di pericolo per la popolazione, hanno ripetuto fino alla nausea gli amministratori pubblici e il governo. E quando i comitati hanno cercato di vedere le carte, semplicemente non hanno risposto. Silenzio tombale. Fino a ieri. Da qualche giorno girava voce che la Commissione europea avesse vietato all’Italia di continuare a concedere deroghe ai limiti di legge per l’arsenico nell’acqua potabile. L’assessore all’ambiente della giunta Polverini Mattei aveva però rassicurato tutti, garantendo che si stava «trovando una soluzione». Poi è apparsa – grazie alla ricerca dei comitati per l’acqua pubblica – la decisione della Commissione europea, datata 28 ottobre 2010: cara Italia, scrivono i commissari, ci dispiace ma basta deroghe. Da domani l’acqua per milioni di abitanti delle regioni Lazio, Lombardia, Toscana e Trentino Alto Adige rischia di essere dichiarata fuori legge.
Il problema arsenico è noto almeno dalla fine degli anni ’90, quando l’Unione europea emanò la direttiva sulle acque, stabilendo un limite massimo di 10 microgrammi al litro. L’Italia ha recepito la normativa solo nel 2001, facendola, però, entrare in vigore dal 2003. Ma, come si dice, fatta la legge, trovato l’inganno. I gestori dell’acqua – molti dei quali intanto si erano trasformati in società per azioni, con capitali privati – hanno chiesto una deroga su quel limite considerato troppo vincolante. La legge lo permetteva, a patto di presentare dei piani di rientro dettagliati e, soprattutto, vincolanti. Così da qualche anno si tirava a campare, presentando regolarmente la richiesta per sforare i limiti europei, e promettendo tutte le volte di risolvere il problema.
Alla terza deroga, però, la direttiva europea prevedeva un parere vincolante dei commissari. Insomma, va bene l’autonomia degli stati, ma conoscendo come funzionano le cose – soprattutto in paesi come l’Italia – era bene non fidarsi. La scadenza era stabilita, il 31 dicembre del 2009.
Un primo segnale che qualcosa non funzionava era arrivato la scorsa estate, quando il governo italiano si è visto recapitare una richiesta di spiegazioni da Bruxelles. Ovviamente tutto avveniva in silenzio, evitando accuratamente di avvisare la popolazione che, forse, a fine anno la situazione poteva precipitare. Ed ora che è arrivata la bocciatura della commissione la situazione è drammatica. I livelli elevati di arsenico sono al di fuori delle norme comunitarie in molti comuni della provincia di Roma (la zona dei Castelli romani), di Latina (Aprilia, Cisterna oltre al capoluogo), di Viterbo; la deroga per l’arsenico è stata negata anche per alcuni comuni delle province di Mantova, Sondrio, Varese, Trento, Bolzano, Grosseto, Livorno, Pisa, Terni. Da domani i sindaci – di fronte agli sforamenti dei limiti di legge – potranno solo chiudere i rubinetti, vietando l’uso dell’acqua. Così funziona il sistema misto pubblico privato: ai gestori le bollette, ai sindaci tutti i problemi.

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